INTERVISTA a Martina Benvenuti: “L’anello rosso”

“A tutti i poeti
manca un verso.” 

Lo diceva sempre Stefano, il babbo di Martina Benvenuti, scrittrice con la paura di scrivere. O meglio, del giudizio di chi legge. Ma grazie al suo primo romanzo è riuscita ad abbattere la sua barriera più grande: quella della vergogna.

«Ho sempre scritto, ma farsi leggere è diverso: quando gli altri incontrano le tue parole devi essere disposta a svelare la parte più intima di te, perché anche se non si tratta di un’autobiografia ci sono comunque pensieri, esperienze, fantasie in comune con i personaggi inventati.» 

Eccolo qui, il verso mancante di Martina.

Martina Benvenuti la conosco da tanto, eppure non ricordavo di averla vista prima di questa bella chiacchierata.
Abitiamo nello stesso paese ed è stata così gentile, investendomi di fiducia, da lasciarmi una copia de “L’anello rosso” (Edizioni del Loggione) per sapere cosa ne pensassi: «però è un romanzo rosa, non so se ti piacerà…» è stata la sua premessa quando mi ha contattato su Instagram.

«In realtà parlo di un romanticismo non frivolo, ma come carica che trasmette forza, soprattutto passione: ecco, per me il romanticismo porta a una passione che va oltre quella standard, della routine. Se sei romantico sei appassionato di ciò che fai, e questo è fondamentale nella vita.»

Per Martina la passione è “il motore di tutto”, e questo lo si trova facilmente in Achille, capo impeccabile di un’agenzia pubblicitaria, ma anche in Emilia, atleta giovane e bella, scegliendo una vita di rinunce e sacrifici:

«Condivido l’ansia da prestazione della ragazza e la sua fatica sportiva, la sofferenza che traspare dal suo diario, con un perfezionismo costante. Mentre Di Achille ho la parte creativa e un lavoro che avrei voluto fare, cinismo compreso. Ad essere sincera, però, mi sento più come la mamma di Emilia, che non ha completato una carriera personale e dunque supporta la figlia nella rincorsa verso un sogno condiviso. È proprio lì che sono nascosta.»

Laureata in “Scienze della Comunicazione”, ha sempre affrontato la scrittura come strumento pubblicitario, tra slogan e payoff di aziende varie, fino alla tesi sul packaging di prodotti commerciali. Ma scrivere libri, si sa, è tutt’altra cosa, per questo non si è mai lanciata… Fino a un paio di anni fa.

«Pensa, scrissi la tesi studiando un pack per lo yogurt di una nota marca, che in seguito mi chiamò pure per effettuare uno stage da loro, ma rifiutai. Ho sempre vissuto la dimensione del “paesino” come qualcosa di soffocante, ma al tempo stesso protettivo e rassicurante.»

Anche la sua prof. di italiano del Liceo, mi racconta, le suggeriva sempre di scappare, di viaggiare, realizzarsi altrove, lontano dalla chiusura mentale di chi, oggi, potrebbe guardare un po’ storto ciò che ha pubblicato (e c’è stato, mi confessa). Un invito così forte da portarla a fare il test di ingresso alla Bocconi: prova superata ma rifiutata subito dopo, insieme a pochissime altre persone.

«Questa mia timidezza mi ha sempre tenuta lontana dall’editoria, perciò non c’è mai stata l’idea di provare a fare la scrittrice. È nato tutto dalla passione per il cinema (il suo sogno nel cassetto è quello di scrivere sceneggiature, e non esclude di fare un corso su questo in futuro, ndr.), ma dopo un percorso di consapevolezza mi sono avvicinata al desiderio di raccontare ciò che sognavo, immaginavo o desideravo: storie che magari non fanno parte della quotidianità o che la vita non concede.»

Così, negli ultimi due anni, a causa del “totale appiattimento” causato del Covid nelle sue giornate, dedicate principalmente alla cura della famiglia, in particolare dei due figli Niccolò e Pietro, di 14 e 12 anni, ha trovato nella scrittura una via per evadere. Per vivere attraverso le storie degli altri ciò che non ha.

«Snobbavo i romanzi rosa, vengono spesso considerati di serie B o C o… Ma alla fine ho scoperto che possono anche essere fiabe che provano a far del bene, dando quella leggerezza che occorre senza superficialità, e permettendo di scovare ciò che un po’ ci manca grazie alla fantasia, trovando un compromesso all’amore laddove ci sono piccole esperienze non realizzate.»

Martina è un fiume in piena e mi svela di avere un sacco di appunti in testa: dopo aver scritto il suo primo libro, “L’anello rosso”, si è goduta un’estate di pausa. Quando stava uscendo in libreria, però, si è subito messa a scrivere il secondo, “Il rovescio dell’amore”, e adesso che è appena uscita con quest’ultimo sta già lavorando al terzo, richiestole dalla casa editrice per completare la serie. Una trilogia di amore e sport, di belli e anche un po’ dannati, ma con un fine educativo.

«Scrivere dalla parte maschile è stata inizialmente la cosa più difficile, poi però si è confermato utile perché mi ha permesso di raccontare agli uomini come loro dovrebbero guardare una donna prendendo in prestito i loro occhi: con desiderio, ma mettendola sempre al centro, nel massimo del rispetto, come fosse ossigeno del quale avere cura.»

Anche per questo ha sempre scelto dei finti “cattivi”, essendo molto attratta dallo scovare lupi che alla fine si rivelano agnelli. Ma sui nomi dei protagonisti, particolari, spiega perché:

«Sono figlia di un ciclista professionista, mentre io ho corso fino a 20 anni in Nazionale, soprattutto 800 ma anche 400 metri. Ecco la scelta dei nomi epici Achille, Ettore ed Enea per i personaggi della mia trilogia, perché gli sportivi sono come gli eroi dell’epoca classica. Lo sport, per me, lo senti sulla pelle e non puoi farne a meno.»

E come canta il Maestro Guccini: “gli eroi son tutti giovani e belli”. Di una bellezza che va oltre il corpo e attraversa i desideri. Quella che lèggi negli occhi in un momento intenso, o che ritrovi nei ricordi di chi ti ha segnato: un filo avvolto intorno a un semplicissimo “anello rosso”, dal quale è nato tutto.

Grazie Martina per il tuo libro, e in bocca al lupo per ogni prossima corsa tra le parole, sempre più lontano!


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